Perché Obama resta calmo sotto la Gran Bastonata di midterm

Per i risultati dettagliati servirà altro tempo – anche settimane per i casi estremi e determinanti come l’Alaska – ma ieri gli elettori americani hanno tratteggiato con il voto di midterm il quadro di fondo: la Camera torna nelle mani dei repubblicani, il Senato democratico potrebbe invece reggere, anche se con una certa fatica, l’ondata proveniente da destra. In termini assoluti si tratta di una vittoria repubblicana paragonabile a quella leggendaria del 1994. Guarda il video di Mattia Ferraresi La sconfitta di Obama e la vittoria incompleta dei repubblicani - Leggi Marketing politico. A spingere i repubblicani c’è “il Carl Rove di Karl Rove”
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Ieri in America si è votato per i 435 seggi della Camera e per 37 dei 100 seggi del Senato, oltre che per 37 dei 50 governatori. Secondo i dati finora giunti, i repubblicani hanno tolto ai democratici almeno dieci stati, compreso il difficile Ohio, e sono riusciti a conservare il Texas in una competizione con implicazioni fondamentali per la revisione decennale dei distretti congressuali che inizia il prossimo anno. Il democratico Lerry Brown ha vinto in California nella gara per la successione al governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger.
Per i risultati dettagliati servirà altro tempo – anche settimane per i casi estremi e determinanti come l’Alaska – ma ieri gli elettori americani hanno tratteggiato con il voto di midterm il quadro di fondo: la Camera torna nelle mani dei repubblicani, il Senato democratico potrebbe invece reggere, anche se con una certa fatica, l’ondata proveniente da destra. In termini assoluti si tratta di una vittoria repubblicana paragonabile a quella leggendaria del 1994, quando, a due anni dall’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, il Gop aveva strappato alla maggioranza democratica 54 seggi alla Camera e 8 al Senato; la differenza è che allora questi numeri bastavano per avere una maggioranza abbondante, mentre per ribaltare la composizione del Congresso disegnata sull’onda lunga dell’elezione di Barack Obama i repubblicani devono superarsi. Se i dati che usciranno dalle ore convulse del conteggio – punteggiato da cul de sac burocratici, assurdi regolamenti locali, voti postali, candidati “write in” – confermeranno gli ultimi sondaggi, i repubblicani avranno ragione a festeggiare di gusto, ma anche a piangere sul latte versato dal Tea Party nel corso della campagna elettorale se il Senato rimarrà in mani democratiche.

L’obiettivo minimo di togliere la sinistra dall’orbita del “filibuster” – la maggioranza qualificata di sessanta seggi, con la quale il Senato può passare provvedimenti senza ricorrere agli accordi con l’opposizione – è comunque raggiunto, e già il giorno dopo il voto la supermaggioranza democratica appare come il ricordo dell’epoca in cui un candidato bello e impossibile aveva promesso di cambiare il mondo e la maggioranza non solo silenziosa dell’America lo aveva ricambiato con una fiducia senza pari. Era soltanto due anni fa, ma viene più naturale coniugare al passato remoto. L’America non ha mai assistito a elezioni di midterm così politicamente selvagge. In campagna elettorale si è visto di tutto: l’emergere giacobino del Tea Party, la delusione dei liberal, la crisi d’identità del Gop, una serie di primarie incontrollabile.
E’ stata la campagna più costosa nella storia americana, a dispetto (o forse, per paradosso, proprio in virtù) della situazione finanziaria: circa 4 miliardi di dollari, contro “soltanto” un miliardo per quelle del 2006, che pure non rimarranno nella storia per gli scambi di cortesie fra partiti. Dalle prime ore del voto di ieri si deduce che lo sforzo economico dei partiti – specialmente dell’opposizione – ha contribuito a elevare l’affluenza alle urne, solitamente molto modesta nelle elezioni di midterm. L’esperto di affluenza elettorale e sociologia democratica Michael McDonald, a seggi ancora chiusi, aveva previsto il voto di circa 90 milioni di americani, cioè il 41 per cento degli aventi diritto, dato che, se confermato, segnerebbe un record e offrirebbe un’indicazione politica precisa: i democratici stanno prendendo una batosta epocale.

Il precipitato delle minuzie sulla geografia parlamentare non cambierà, se non di poco, il dato politico : gli americani bocciano Barack Obama. Bocciano le sue opere, le sue omissioni ma anche le disgrazie di cui non può avere colpa, cosa che accade abitualmente a tutti gli uomini di governo. Accanto ai segni della sconfitta di Obama e dei suoi sogni di “change” c’è l’effetto collaterale strategico, per cui il presidente ha molte ragioni per non disperare. I segni opposti fra Casa Bianca e Congresso sono stati spesso, nella storia americana, il trampolino per la rielezione presidenziale. Nel caso di Obama, l’effetto paradossale potrebbe essere acuito da alcune contingenze non secondarie. Innanzitutto, la combriccola dei liberal delusi, forieri di pretese e lamentele verso la Casa Bianca, potrebbe essere molto ridimensionata e il contropotere di Nancy Pelosi e Harry Reid potrebbe svanire con un colpo di spugna; poi si aprirebbe lo spazio per le alleanze parlamentari sulle singole “issue”, vecchio pallino postpartisan di Obama: un Gop di maggioranza non potrebbe fare dell’ostruzionismo una regola e, se anche lo facesse, i democratici potrebbero facilmente accusarlo di essere il famoso partito del “no”.

Infine, Obama ha già fatto passare al Congresso
la riforma sanitaria, i piani di stimolo e la riforma finanziaria, paletti fondamentali del suo programma per cui non poteva bastare l’esercizio del potere esecutivo. Ha ottenuto il massimo dalla supermaggioranza, e dall’inizio sapeva che la giornata di ieri sarebbe stata la data di scadenza del Congresso democratico. Non sono peregrine le parole dello stratega democratico Douglas Schoen: “Il miglior risultato possibile per Obama è che i repubblicani controllino entrambe le Camere. Questo è ciò che Obama dovrebbe desiderare”.